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Livio Nappo, restauratore di Beni Culturali

Un'intervista

Cosa ha influito sulla scelta della tua professione? Tra l’altro in un settore così specialistico, cioè supporti cartacei e pergamenacei?

La risposta sorprenderà, ma quello che mi appassiona di questi materiali, in parte, è il loro essere da sempre un mezzo di trasmissione del sapere, utilizzato ancora oggi nonostante le moderne tecnologie. Ma in realtà quello che mi affascina di più è l’odore della carta. Fin da piccolo, studiando, ci sono alcuni libri che hanno quel particolare e riconoscibilissimo profumo. Da lì è nata una passione più profonda, un’esigenza di studio e di volontà di scoperta del materiale in sé e delle sue caratteristiche principali.

Che rapporto c’è tra restauro papiri e digitalizzazione?

Affiancare la digitalizzazione al restauro è fondamentale per molti aspetti.  Uno degli aspetti è la possibilità di preservare i papiri dall’usura che la consultazione del materiale cartaceo inevitabilmente comporta. Il digitale è uno strumento utile da affiancare al restauro per permettere ad un pubblico oggi sempre più vasto di usufruire dei contenuti dei documenti evitando il più possibile di arrecarvi danno. Aggiungo anche che la digitalizzazione permette di fare quello che una volta era riservato ad un pubblico elitario, di consultare e confrontare liberamente da casa e gratuitamente un grandissimo numero di documenti e metterli in relazione tra di loro immediatamente. Il materiale originario però conserva la sua unicità, la sua preziosità, da tutti i punti di vista. La carta esiste da migliaia di anni, i papiri ancora di più, la digitalizzazione è uno strumento moderno che già pone però problemi di conservazione. La carta arriva fino a noi, vedremo il digitale dove arriverà…

Attualmente sei impegnato al Museo Egizio nel restauro di alcuni dei nostri papiri. In cosa consiste il tuo lavoro?

Il mio lavoro consiste nella pulitura di tutti i frammenti, nel consolidamento delle fibre di papiro che il tempo o l’usura ha sollevato o ha reso poco coese al supporto, la rimozione e sostituzione di vecchi interventi di restauro non più idonei per tecniche e materiali adoperati, e il montaggio all’interno dei vetri, tecnica classica di conservazione dei papiri oggi e funzionale alla loro successiva digitalizzazione.

Di quanti frammenti parliamo?

Il progetto prevede il restauro di 7000 frammenti in due anni. Adesso, alla fine del primo anno, siamo oltre i 3000.

Quali sono le fasi fondamentali del tuo lavoro? Che tecniche utilizzi nel corso dei tuoi restauri?

Il primo step è sempre la documentazione fotografica. Prelevo i frammenti dalla cartellina in cui sono conservati e li sposto su un supporto di carta di dimensioni standard. Poi fotografo recto e verso, faccio una prima documentazione fotografica che mi serve anche per confrontare eventuali problematiche legate al prima/dopo restauro (nessuna finora). Ogni frammento viene poi sottoposto al vaglio. Si parte dalle esigenze di pulitura: se si tratta di semplici depositi di polvere o terra effettuo la pulitura con un pennello, spolverando. Per i depositi più compenetrati tra le fibre, invece, utilizzo una gomma di pasta che passata leggermente a tocchi, non strofinando, mi consente di asportare del materiale che non riesco a rimuovere con il pennello. Poi c’è l’individuazione di eventuali interventi di restauro fatti in passato: per esempio l’applicazione di piccole strisce di carta. Se sono in materiale non idoneo alla conservazione rispetto ai moderni standard li rimuovo utilizzando acqua e pennello. Sostituisco i precedenti materiali con delle strisce di carta giapponese, ottimali per non alterare la flessibilità del materiale papiraceo e anche molto fini da un punto di vista estetico. Nel corso del processo mi capita anche di consolidare altre parti che si sono logorate nel tempo. Altri casi mi vedono impegnato nella rimozione di concrezioni, a secco, con lente di ingrandimento e bisturi, oppure nel restauro di frammenti di papiro ripiegati su loro stessi, due o tre volte. In questo ultimo caso vanno dispiegati umidificando le pieghe con acqua, per far recuperare elasticità alle fibre di papiro. Un altro intervento è la rimozione di vecchi supporti su uno dei lati del papiro. Spesso si applicavano strati di carta giapponese con colle ancora ad oggi in fase di studio, riattivabili ad umido, che spesso però non si riescono a rimuovere dalle fibre. Rappresentano indubbiamente una sfida da affrontare.

Per questo lavoro servono competenze di ambito chimico, ma anche conoscenze del materiale e del suo valore storico. Sono cose che ti aiutano?

Le conoscenze di un restauratore sono molteplici e non basta una vita per potersi realmente specializzare in qualcosa realmente. Però è chiaro che bisogna conoscere sia le problematiche del supporto da un punto di vista fisico (che cosa stai maneggiando), da dove proviene, le tecniche di manifattura e poi anche conoscenze chimiche per capire l’interazione tra i materiali usati in passato con quelli che usiamo oggi e cercare di intuire quali potrebbero essere le conseguenze future. È una responsabilità trasmettere questo intervento al futuro sperando di non arrecargli danno. Gli oggetti che restauriamo sono come dei pazienti: ognuno è un caso a sé, ma si cerca di trovare una regola che di base possa essere uguale per tutti.

Quali sono le problematiche che incontri nel tuo lavoro al Museo? E quali invece le maggiori soddisfazioni?

Uno dei problemi che capita, spesso, è quando hai dei frammenti particolarmente deteriorati. Ci sono frammenti che hanno una de-coesione tra le fibre talmente forte che maneggiarli è estremamente complesso. In questi casi la paura è quella di perdere dei pezzi nello spostarli. Un’altra difficoltà è quella di riuscire ad intervenire sulla superficie dei papiri applicando questi piccoli pezzi di carta giapponese con una quantità di collante sufficiente e tale da fermare le fibre, senza però bagnarle troppo rischiando così di attaccarle alla superficie su cui si sta lavorando. Altro potrebbe essere quando bisogna rimuovere un supporto attaccato ad un lato del papiro: la difficoltà sta nello scegliere la giusta quantità di umidità. Il bello di questo lavoro però è scoprire fino a dove possono arrivare i tuoi limiti e mantenere le mani ferme d’avanti ad un problema.

Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?

Anche se non è il mio lavoro, mi piace trovare joins, scoprire due o tre frammenti che possono essere uniti e creare un frammento più ampio, utile agli studiosi. Sto facendo anche l’occhio alla scrittura! Dopo un po’ alcuni segni cominciano a diventare riconoscibili, ma anche la differenza che c’è tra un periodo e l’altro, una mano e l’altra, le tipologie testuali. La maggior parte dei frammenti che maneggio sono documenti amministrativi.

Cosa ti rimane dei materiali che maneggi? Aldilà dell’odore?

Mi lasciano tante cose. Una ricorrente è la meraviglia di ritrovarsi difronte a materiali maneggiati migliaia di anni fa. Rifletti su quante cose effimere produciamo oggigiorno e pensi alle cose che l’uomo ha fatto in passato, anche in maniera più semplice, e che sono arrivate fino ad oggi. Mi meraviglia immaginare che siano parte di una vita vissuta, che questi frammenti fossero parte di un documento maneggiato da persone in un determinato spazio e tempo.

Per chi vuole intraprendere la tua carriera, cosa consigli?

Per il restauro dei papiri consiglierei a chiunque di fare quello che fa all’inizio un ballerino: partire dalle basi. La base è lo studio dei materiali cartacei, sia per i materiali che poi vengono impiegati durante gli interventi, sia per maturare una certa esperienza con i supporti stessi. Tappe fondamentali sono poi la chimica e la fisica dei materiali. Una buona dose di preparazione sulla storia, male non fa. Quello che però ti fa restauratore è la pratica.

Museo Egizio